Le ore passate con i nonni, e in modo particolare con le nonne, possono essere provvidenziali per una diagnosi precoce di autismo. Lo ha scoperto un gruppo di ricercatori americani della Columbia University, Carnegie Mellon University e Ichan School of Medicine a Mount Sinai. La funzione della famiglia.

I risultati del loro studio, pubblicati su Autism, provengono da un’inchiesta tra i genitori dei bambini con autismo pensata con lo scopo di valutare l’impatto della famiglia nella diagnosi.

I ricercatori hanno distribuito alcuni questionari a 477 genitori di bambini autistici. Nell’87 per cento dei casi a rispondere è stata la madre. Dai risultati è emerso che l’80 per cento dei bambini con autismo era di sesso maschile e che l’età media della diagnosi era di 33 mesi. I ricercatori hanno poi individuato, grazie alle risposte ai questionari, alcuni fattori che incidono sulla diagnosi. Tra questi il fatto di avere fratelli o sorelle.

Per i figli unici la diagnosi arriva con un anticipo di sei, otto mesi rispetto a bambini con fratelli o sorelle. Evidentemente, dicono gli autori dello studio, i genitori dei figli unici sono meno distratti e più concentrati sulla salute del proprio bambino o della propria bambina. Ma in molti casi i genitori ammettono che ad accorgersi dell’anomalia sono stati i nonni, anzi soprattutto le nonne (nel 59% dei casi).

Per i ricercatori il dato non va trascurato perché le diagnosi precoci aprono possibilità di intervento in una fase di sviluppo cruciale quando la modifica di alcuni processi è ancora possibile.

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