Una casa di accoglienza che ospita a Roma i familiari dei bambini con problemi di autismo che partecipano al trattamento nei due centri della Breccia nel muro. Questa è la “Casa di Sergio”, situata all’interno del complesso edilizio dell’Opera don Calabria, a pochi metri dai centri di terapia. Più di 300 metri quadrati, un giardino, stanze con bagno, locali comuni per cucinare, per intrattenimento, per il gioco, per la socializzazione.

Arredamento austero, ma funzionale alle necessità essenziali in particolare di chi proviene da fuori Roma e ha necessità di pernottare nella capitale. La casa è gestita in autonomia dalle famiglie con il sostegno essenziale di volontari.

E’, la presenza di questa struttura, un altro modo per aiutare chi è già molto gravato dai mille e un problemi derivanti dalla presenza in casa di un minore con sindrome autistica.

La vicinanza della struttura ai locali dove si svolge la terapia, facilita la partecipazione dei genitori al trattamento dei loro figli, aspetto essenziale dell’impostazione dei nostri centri. Anche la possibilità di dialogo e confronto (e di reciproco conforto) tra le famiglie è un risultato non secondario di questa casa di accoglienza, che è molto più di una foresteria (o di una semplice pensione a basso prezzo). Anche così si cerca di supplire alla latitanza delle istituzioni, che quasi sempre lasciano le famiglie nella più totale solitudine di fronte a problemi di difficilissima gestione.

Perché “casa di Sergio”, perché questo nome? Sergio (Sergio Piscitello) è morto nel 2003, a 39 anni, dopo una vita di sofferenze, isolamento, rifiuti, ma anche amore da parte dei genitori e di altre persone. A un certo punto, il padre anziano non ce l’ha fatta più e ha messo fino a quella esistenza.

Un libro racconta quella vicenda. Una storia di vita, non di morte. Una vicenda per molti versi terribile, costellata di molti fallimenti: della medicina, della scuola, delle strutture sanitarie, della chiesa, della politica, delle istituzioni. E in mezzo la solitudine della famiglia, cui non è stato offerto comprensione, aiuto, sostegno.

Sergio è così diventato il simbolo di ciò che non deve più succedere a una persona colpita da autismo.

Abbiamo voluto ricostruire e raccontare questa storia per far emergere il dramma della solitudine nella quale viene lasciata la famiglia di fronte alla realtà sconvolgente di un figlio intensamente amato, crudelmente sofferente ed egli stesso altrettanto crudelmente violento.

Ora Sergio rappresenta invece la speranza di un futuro possibile per quei bambini e per quei genitori. Non devono esserci più altri “Sergio”.

Per questo abbiamo voluto indicare con il suo nome la casa di accoglienza di Roma. Un’altra breccia nel muro della solitudine.